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"I folletti" Gian Mario Andrico
Storie misteriose e strane, favole o leggende?
Non ci sono più, demonizzati dalla moderna pedagogia che a forza di avere paura anche dell’ombra delle ombre ha dimenticato come si insegna la voglia di avventurarsi nel mondo delle meraviglie.

Eppure, in un tempo lontano, le sere d’inverno erano raccontate con tale pathos che riuscivano a suscitare tali e tante inquietudini che i ragazzi che le stavano a sentire se le portavano dentro per il resto dei loro giorni e la paura inculcata non diluiva più, nemmeno da uomini fatti.
Ed è proprio questo aspetto giudicato, sbagliando, negativamente che ha suggerito alla disciplina che studia la teoretica, la psicologia e la didattica, di bandire le leggende e le creature che le popolavano. Per sempre!
Ma questa ve la debbo raccontare…

In quei giorni, sotto la possente rocca sforzesca: il bosco, la fonte, il dirupo… tutto era nume. Se da un canto i fertili campi rispondevano timidamente alle speranze dei più, dall’altro ecco plaghe vastissime desolatamente incolte, squallide, sparse di salici, di felci e canneti immersi in acque stagnanti e malsane a comunicare un senso di oppressione e mestizia. Le selve impenetrabili che da Soncino s’assiepavano sino al castello di Pontevico posto sull’altra sponda, parevano accompagnare la pigra corrente del fiume. Dove le alte querce lasciavano sprazzi di luce al sole, ecco roveti, cinture di sambuco, macchie di crescione selvatico e chiazze di falsa ortica lamio. Dalle poche radure strappate faticosamente alla macchia, si levavano dense colonne di fumo che spandevano per l’aria maleodoranti odori e sapore di miseria. Sulla sommità di un alto biancastro platano il gracchiare di una cornacchia nera ricordava che la plaga viveva.

Sì, ma i Folletti?
Qualche esemplare forse è rimasto. I più, però, sono andati via. Era troppo difficile ormai… Ci hanno provato, povere creature, a resistere. Ce l’hanno messa tutta. Poi se ne sono andati. Era inevitabile capitasse.
Se una volta i Folletti facevano uno scherzo la gente se ne accorgeva. Come quando cade sulla fronte una ciocca di capelli, o quando nella stanza e senza la benché minima presenza di uno spiffero, si spegne la candela.
Sì, buonanotte, quale candela? Dove sono andate a sprofondare le vecchie, care candele di sego?
Negli ultimi tempi del mondo i poveri Folletti hanno messo a punto una casistica dello scherzo da sfiorare la maleducazione, sconfinando nel grottesco, nel dispetto pesante. Ma non c’è più stato verso. Nessuno, ripeto nessuno tra i viventi che imprechi contro di loro, che si accorga della loro presenza, della loro esistenza. Sicché sono andati via. Dove? Nel solito posto lontano…

A memoria d’uomo l’ultimo Folletto di cui è documentata la presenza in Soncino abitò nella “Stanza del Capitano”, sita nel mastio della fortezza lì costruita. Viveva col suo signore in perfetta sintonia e complicità. Lo serviva nelle piccole cose che la sua minuscola stazza gli permetteva. Scherzavano sommamente e i due erano contenti uno dell’altro. L’elfo della Bassa, si racconta, si divertiva a tirare, nelle notti invernali più fredde, le coperte del letto ove dormiva il Marchese detto, in quel di Soncino, il “vecchio”: un rude soldato inviato dal Duca di Milano dopo averlo fatto, appunto, marchese, cioè difensore della “marca”, che è il territorio che “marcava” il confine, in questo caso tra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia.

Alto circa 12 centimetri, l’elfo vestiva un cappello verde di 7 centimetri. Così come di color verde era tutto bordato, per mimetizzarsi meglio quelle poche volte che s’avventurava fuori dal castello, girovagando nella piatta e verdeggiante plaga che rigogliosa cresceva sulle opposte rive dell’Oglio. Alla cintura portava uno smaniglio di salice cavo: dentro una pietra utile alla molatura del coltello che aveva sempre con sé. Si dice fosse un gran burlone. Sempre allegro e contento s’attristò (come tutta la sua stirpe) nell’ultim’era del mondo, cioè la nostra.

Il motivo lo abbiamo rivelato, ci pare chiaramente, appena sopra.

Gian Mario Andrico
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