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"Vita e Morte nel Castello attraverso l'obiettivo fotografico" Pino Mongiello

I castelli che vediamo disegnati nei libri di fiabe sembrano fatti di marzapane ed hanno colori pastello. In qualche torre che si staglia verso il cielo sta spesso rinchiusa una fanciulla dagli occhi celesti e dai capelli d’oro. Tutti i castelli hanno un segreto da nascondere; se così non fosse ne andrebbe della loro rispettabilità.

È dalla fanciullezza che mi porto queste convinzioni: le ho accumulate sfogliando pagine con illustrazioni fantasiose, ed anche ascoltando storie di avventure, di incantesimi e di magìe. Di castelli è piena l’Italia, dalle montagne ai mari, dalle campagne ai laghi, alle città. A volte sono simili a fortezze, più adatti alla guerra che a una vita cortese, altre volte sono residenze di caccia o palazzi dove fiorisce la vita mondana e dove sono accolti artisti, filosofi, letterati, musici. Ma il più delle volte, a segnare la vita e la storia del castello è una donna, intorno alla quale crescono leggende e si moltiplicano  versioni di dicerie impensabili.

Sarà certamente per una sorta di riflesso condizionato che le mie visite a un castello sono sempre state accompagnate da curiosità e da titubanza. Non ricordo, infatti, storie a lieto fine ma racconti di tresche, di inganni, di drammi che sconfinano nell’omicidio o nel suicidio. La storia di Paolo e Francesca, ad esempio, che Dante narra nel canto V dell’Inferno, la tradizione vuole che abbia trovato il suo tragico epilogo nel castello malatestiano di Gradara, sebbene nella Commedia non si menzioni mai il luogo del delitto. Meno nobilitato dall’alone di poesia ma pur sempre patrimonio di una tradizione che tramanda le torbide storie del lago, è il racconto della ragazza risucchiata dalle onde, di notte, durante una tempesta, all’Isola del Garda: una morte che non è mai stata chiarita nei suoi contorni, né di tempo né di causa, anche se i più

riferiscono di una drammatica storia d’amore di tanti secoli fa cresciuta tra le mura del castello, poi sfociata nel suicidio. A raccontare col lamento straziante la sua amara fine provvedono ancor oggi, coi loro versi, i volatili che si rincorrono volteggiando  tra le cime degli alberi.

I delitti portano con sé un carico di tenebre e di luci sinistre. Come si può restituire la vita a chi giace ormai da tempo sotto un tumulo di terra, forse senza neppure una lapide né un fiore che ne renda meno dolente il ricordo? Nella linea almeno di un recupero della memoria si muove la ricerca fotografica, grazie a uno strumento che, per come è strutturato, raccoglie e filtra luci per decrittarle e trasformarle in immagini, cioè per riscrivere le storie. Si dice che una macchina fotografica attesti fedelmente l’oggettività di un evento. Eppure, qui sta la sfida: se la macchina è uno strumento meccanico a comando, aperta alle variabilità dell’estro e del pensiero è, invece, la mente umana. Per questo la tensione intuitiva del fotografo può arrivare fino al punto di rendere visibile un sogno, di mostrare l’impalpabile, di manifestare e inseguire una presenza leggera, evanescente, eppure reale, non un fantasma. La macchina fotografica è in grado allora di documentare quel flash visivo, stupita lei stessa di poterlo fare.

Il fantasma del castello è l’ultimo inquilino rimasto tra le mura, che ancora vive e appare uscendo fugacemente dall’ombra: inafferrabile alla presa ma suggestivo allo sguardo nel suo inarrestabile danzare. La sua sopravvivenza durerà finché gli sarà concesso di vagare, ombra nell’ombra, e finché uno scatto veloce non riesca a catturarlo per sempre con un clic.

Salò, 24 aprile 2020 - Pino Mongiello
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