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"Il rossetto" Lucia Marchitto

La mamma quando la vede si fa il segno della croce e mi fa girare la testa dall’altra parte, a volte, persino, quando siamo troppo vicine, mi mette la mano sugli occhi, Cammina mi dice, quella donna ha il diavolo in corpo, ma io riesco sempre a guardarla e mi pare così bella con quei vestiti attillati, quelle scarpe lucide con i tacchi, li sento quando si poggiano sulla strada e fanno una musica allegra, come una pioggerella d’estate, tic, tic, ma più di tutto mi piacciono le sue labbra rosse. Virginia dice che si mette il rossetto, Come lo sai le ho chiesto e lei mi ha detto che ha spiato dalla vetrina e l’ha vista mentre se lo passava sulle labbra. Così ho deciso che quando torno da scuola ci passo davanti e vado a spiare anch’io dalla vetrina. Lei fa la parrucchiera, aggiusta i capelli, li acconcia così bene sulle teste delle signore che, anche se tutte dicono di starle alla larga, poi vanno da lei per farsi mettere a posto i capelli. Mia mamma No! e neanche mia nonna che di croci quando la vede ne fa tre o quattro e mi dice di non guardarla che lei non è una buona femmina, che se la guardo poi anch’io da grande divento una mala femmina.
A casa mia mi sembra sempre che ci sia poca luce con loro due, mia mamma e mia nonna, che pregano sempre e portano abiti scuri e scarpe basse e nere e mi piacerebbe che ci fosse un poco più di colore sulle loro labbra. Io da grande mi comprerò il rossetto, non lo dico a loro che mi metterebbero in castigo, lo dico a me stessa e già mi immagino come sarò bella.
Appena suona la campanella corro fuori veloce come un vento e vado di filato verso la parrucchiera. Fa un poco freddo oggi anche se è già primavera, è una primavera ghiacciata perché quando metto il naso contro il vetro della vetrina si appanna tutto e così quello che vedo dentro sono solo delle ombre, mi pare come un sogno, ma non è brutto come certi sogni e mentre sto lì spiaccicata contro il vetro la porta si apre e lei mi dice Che bella ragazzina, entra che dentro è più caldo! e io sono indecisa, mi pare di sentire la voce di mamma e nonna che mi dice che questa donna ha il diavolo in corpo, ma lei mi spinge dentro, Che bei capelli! mi dice e me li aggiusta con quelle mani morbide, lisce e dalle unghie colorate, io dallo specchio seguo il movimento delle mani,  guardo le sue labbra rosse, mi sento un poco sfacciata a guardarle così le labbra e lei se ne accorge, mi sorride, prende un tubetto scuro e lucido, toglie il cappuccio, gira ed esce un altro tubetto rosso rosso che poi mi passa sulle labbra, Tienilo dice, è quasi finito, io ne ho un altro, ed è in quel momento che entra un uomo e lei mi dice che ora devo andarmene perché ha da fare e io esco di fretta e per poco non cado addosso a Virginia che stava passando per strada, mi guarda con uno sguardo curioso, dietro di lei Rosa che con il fiato grosso, sembra che abbia fatto una gran corsa, dice che dobbiamo andare al castello perché ha sfidato Brunetto, Ernesto e Mario che sono convinti che noi femmine siamo delle cacasotto che non abbiamo il coraggio di affrontare i fantasmi del castello, Ci vediamo nel pomeriggio dopo aver fatto i compiti! Non posso! Sì che puoi, non fare la difficile! io accetto la sfida e mi avvio verso casa. E togliti il rossetto! dice Virginia se no col cavolo che tua madre ti fa uscire! Mi strofino le labbra a più non posso e quando entro in casa mia mamma mi dice Che labbra rosse, forse hai la febbre? Mi tasta la fronte mentre mia nonna dalla cucina urla che è tutto pronto in tavola e quando mi vede si fa tre volte il segno della croce La ragazzina dice ha la febbre, No, risponde la mamma, Sì, No, Sì, alla fine mi fanno bere brodo caldo e mi ficcano a letto. Non si sa mai! dicono e io nel letto penso a come fare per andare con le altre al castello: non sono una cacasotto! Le imposte sono chiuse, c’è un silenzio di tomba, non devo addormentarmi in tutta questa oscurità!
Arriviamo al castello che sta venendo giù la sera, corriamo a perdifiato cercando un pertugio da dove entrare, all’improvviso vedo una grossa scala appoggiata al muro della torre più alta, la maestra ci ha detto, quando ne abbiamo parlato a scuola, che si chiama Mastio e serviva nei casi estremi per difendersi dai nemici, Virginia guardando la torre ci fa notare i merletti, io pensavo che i merletti fossero solo quelli delle sottane. Allora, che facciamo qui impalate, non è mica la prima volta che lo vediamo questo castello! Muoviamoci se vogliamo entrare! dice Rosa e così andiamo verso la scala che arriva fino a una specie di finestra. Man mano che faccio i gradini la scala mi pare sempre più lunga, mi manca il fiato, non riesco a vedere la fine e non ho il coraggio di guardare in basso, ho male alle gambe, ai polpacci, alle mani tutte scorticate, la sera ora sembra notte mentre sono aggrappata a questa scala che inizia a oscillare nel vuoto col vento gelido che ha iniziato a soffiare, Mamma Nonna Mamma non lo farò mai più! urlo e mentre urlo con la

bocca che mi fa male da tanto che l’ho allargata mi ritrovo in cima alla scala, svelta entro dalla finestra, c’è buio, non vedo niente e non sento né Rosa né Virginia, le chiamo ma non rispondono, appoggio la mano sul petto per cercare di fermare questo cuore impazzito quando qualcosa mi morde sulla schiena, penso sia un cane. Inizio a correre per un lungo, stretto e buio corridoio poi mi sento afferrare alle caviglie, un dolore fortissimo, non riesco neanche ad abbassarmi che qualcosa mi graffia le gambe e artigli mi si attaccano ai capelli, urlo di dolore, di paura, di terrore! Mi sono un poco abituata a questo buio per fortuna! Mi giro intorno per vedere dove sta il gatto e dove sta il cane, guardo in alto per vedere di chi sono questi artigli infilati nei capelli, li cerco con gli occhi per ripararmi dai loro morsi, dalle loro unghie, ma non c’è niente intorno a me eppure sento abbaiare, sento ringhiare, sento un frusciare d’ali sulla testa, corro, mi fa male il petto, mi fanno male le gambe, mi fa male tutto dappertutto e non riesco a respirare, soffoco, cerco l’aria, non c’è più fiato, non c’è più aria, mi gira la testa, ho una grossa pietra sul petto, forse si è staccata dal soffitto, forse dalla parete, questa parete che ora mi spinge contro l’altra parete, penso che non voglio morire, non voglio essere schiacciata da queste pareti di pietra così grosse, mi ribello alla pietra, alla parete, lotto, come quei lottatori che ho visto una volta alla fiera e riesco un poco a liberarmi dalla pietra. Corro a più non posso entro in una stanza e vedo tre donne che, sotto la luce di mille candele, ricamano, ed è una cosa bellissima! Io non lo so dire la meraviglia che ho di trovarmi in tutta questa luce, in questa stanza piena di quadri, e di tappeti ricamati, e di pareti tutte disegnate.
Mi giro, incantata, con il capo per aria a guardare il soffitto. Tutta questa luce! Poi mi avvicino alle tre donne, dico buonasera, faccio anche un mezzo inchino, ma loro non si girano, non alzano la testa, continuano a infilare l’ago. Mentre mi avvicino le loro mani si fanno sempre più grandi e hanno tante macchie di cioccolata sopra, devono essere dolci proprio come la cioccolata quelle mani! devono essere morbide proprio come quel vestito di lana che hanno addosso! Vorrei che mi toccassero, che mi aiutassero, che scacciassero questo nemico canegattopipistrello che mi perseguita, ma loro non si muovono, sorridono, mi dicono anche qualcosa perché vedo che muovono le labbra, ma io non capisco cosa dicono, non sento niente se non questo nemico invisibile che ha ricominciato a ringhiare e mi attacca da tutte le parti. Cerco di liberarmene correndo da una stanza all’altra, mi sembra di essere finita nel labirinto di quella favola che una volta la maestra ci ha letto a scuola, un labirinto con tanti trabocchetti da superare. Come un fulmine entro in un’altra stanza, veloce chiudo la porta, una porta grossa e pesante con una enorme chiave, mi occorrono tutte e due le mani per riuscire a girarla poi mi fermo un attimo, respiro, mi sembra di avere la grattugia di nonna nella gola, questo respiro brucia come se fosse fuoco, ma forse sono riuscita a …  No! Come hanno fatto a passare, come come se la porta è chiusa? Ma non ho il tempo per capire, per pensare perché mi afferrano di nuovo questi invisibili mostri, invisibili! INVISIBILI!
Non devo mollare, non devo arrendermi, sbatto con il fianco contro un muro e mi fa male il rossetto che ho in tasca, l’idea mi fa quasi scordare la paura, è come una lampadina che si accende: click! e la luce fa sparire i fantasmi e le paure, lo tiro fuori dalla tasca, lo apro e come se fosse una spada comincio a sferrare colpi, e devo averli colpiti questi fantasmi perché vedo le strisce del rossetto che si muovono davanti a me e io posso evitare i loro assalti, ora che sono visibili posso evitarli!
Questo castello è enorme, una stanza dentro l’altra, un corridoio dietro l’altro, raggiungo la finestra da cui sono entrata, la scala è ancora al suo posto, urlo di felicità, di contentezza, di liberazione, un urlo che mi fa tornare il respiro. Un piolo dopo l’altro arrivo a terra, correndo mi lascio il castello alle spalle che punta la sua torre, il suo mastio, nella notte più nera del fondo del paiolo, quello che teniamo sempre appeso nel camino.
Un urlo di felicità in faccia al castello.  
Poi mi ricordo delle mie compagne, mi chiedo dove sono, che fine hanno fatto, come se la sono cavata coi fantasmi loro che non avevano il rossetto e allora le chiamo a voce alta, una voce che rimbomba e non mi sembra neanche la mia, Virginia!!! Rosa!!! Dove sieteeee?
Qualcuno mi scuote forte per le spalle, apro gli occhi Svegliati Jolanda, svegliati! Hai fatto un brutto sogno, Tesoro! dice mia madre passandomi una mano sulla fronte.

Brescia, 25 marzo 2020 – Lucia Marchitto
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