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"La torre del Palasciano" Liliana Lucia Catalano
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voce narrante Liliana Lucia Catalano
Ci sono stata varie volte da ragazza, con gli amici che andavano su a giocare a carte. Io non amo le carte, guardavo, e qualche volta me ne andavo in giro a perlustrare quel luogo incantato, non il Palazzo, abitato in parte dagli eredi, ma il giardino di querce gigantesche, aranci profumati, cespugli di alloro e tante aiole fiorite: un parco delle meraviglie. Ben tenuto, certo, ma di notte preferivo andare per i viali principali. Salire in cima alla torre era la mia passione: le scale interne strette e ripide, con l’ultima rampa in legno. Adagio, per non cadere, salivo i tre piani sopra la stanzetta dove giocavano gli amici, che già erano al secondo piano, ogni piano una stanzetta, poi… la piccola terrazza con i merli alti e due scalini per guardare fuori, a trecentosessanta gradi, più in alto di me solo gli aerei: il panorama più bello di Napoli, così dicono, ma questa espressione si ripete per ogni belvedere, per ogni scorcio: sempre una visione, senza dubbio.
 
La torre che si vede oggi è stata ricostruita dopo il crollo. E’ bellissima, ispirata al palazzo della Signoria di Firenze. Ma quella di una volta era davvero suggestiva.
 
Quella notte la luna occhieggiava dietro qualche nuvola e dava il cambio alle stelle. Napoli addormentata è un sogno da qualunque angolo la si guardi: dal basso è un presepe, dall’alto è… indescrivibile, e la torre del Palasciano è forse il punto più alto della città. Del mare in lontananza e del Vesuvio che sembra sorgere dal mare, o da una nuvola, non si può parlare senza commozione. Guardavo fuori dai merli, innamorata…
 
Una voce mi scosse “Non si spaventi, voglio solo guardare, io mi risento viva solo quando vengo quassù… “. Inevitabilmente feci un balzo e cercai di andare via, ma la bianca figura velata mi invitò a restare. “Le mostro il sepolcro, solo lui poteva scorgerlo di quassù. Lei sarà l’unica che riuscirà a vederlo, ma non vada a cercarlo” finì con un amaro sorriso, “non lo troverebbe, l’hanno cercato tanto, non l’ha mai trovato nessuno”. Tremavo e, balbettando, “Il sepolcro di chi? E…lei chi è?”.
Sembrò assorta, forse non mi aveva sentito. “Olga” la sentii sussurrare, poi si voltò di scatto “Guardi, vede l’ospedale San Gennaro dei poveri? un po’ più in là, dove c’è la chiesa della Sanità, hanno individuato il posto, vicino alle ‘anime pezzentelle’, ma non l’hanno mai trovato. Si fermò ansimando “Lì è il mio corpo, guardi” e molto facilmente lo vidi. Lo spirito sorrise, cosi mi piacque di credere. “Guardi bene, perché non lo vedrà mai più, lui poteva vederlo ma, dopo… Io vengo a cercarlo ma non lo trovo, perché, perché…”. E dopo un po’ l’intrico del quartiere cancellò quella visione, mi voltai a guardare lei, non c’era più, mentre una nebbiolina bianca sembrò salire al cielo e girare su Napoli, prima di disperdersi nel golfo.

Scesi piano e trovai gli amici pronti per andar via. E il guardiano notturno che doveva aprirci il portone. Gli domandai del principe e della torre: “Signuri’, ‘o principe ‘a vuleva bene assaje a’ mugliera, e quanno essa murette, facette custrui’ ‘a torre pe’ vede’ ‘a tomba ‘e Olga soja. Dìceno ca sta abbascio a’ Sanità, ma nisciuno ll’ha truvata maje, dice ca sulo isso ‘a puteva vede’ ‘a copp’ a’ torre”.

Questa storia l’ho cercata dappertutto ma non l’ho mai trovata, neppure il guardiano dal quale tornai ricordò di avermela mai raccontata. Si trova invece la storia del Principe del Palasciano, il cui fantasma dicono che si aggiri ancora benevolo sulle splendide salite di Miradois e del Moiariello, dove c’è l’Osservatorio astronomico, a Capodimonte.

Quando la torre è crollata, col cuore in frantumi, sono andata una sera a vedere le macerie. Non si poteva entrare, ma il mio sgomento intenerì il cuore del guardiano, mi aprì e mentre accarezzavo uno dei merli caduti, lo sentii parlarmi concitato “Signuri’, guardate lloco, ‘ngoppo ‘e macerie, vicino ‘a luna, ‘e vvedite?” Assentii, li vedevo… “so’ lloro, tutt’e dduje abbracciati…” Poi via, di nuovo divisi, e più nulla, solo un sommesso, tristissimo suono di singhiozzi…

Tricase, 11 maggio 2020 - Liliana Lucia Catalano
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