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"Quando..." Gian Mario Andrico

Quando, una sera d’inverno del 1992 (circa trent’anni fa ormai), raccolsi dalla voce della Contessa Sofia Salvadego la testimonianza orale di una storia antica, narrata nelle cento stanze del castello di Padernello, ricordo fui attratto dal fascino narrativo della misteriosa vicenda, dal simbolismo evocato ed evocativo della delicata figura della Dama Bianca, e dal deplorevole difetto che ha l’uomo: sprecare memoria, anche di se stesso.
Totalmente!
Di Bianca e della sua vicenda, a Padernello, non rimaneva traccia.
In verità quella sera Sofia Salvadego, citando ciò che da tempo immemore veniva raccontato tra le mura della dimora castellana, utile -disse la Contessa- a contenere l’esuberanza dei giovani (questa è una delle funzioni sociali della leggenda), spese pochissime parole.
Raccontò che i Martinengo prima, e gli eredi Salvadego poi, quando nel maniero voci nuove e giovani si alzavano contro le regole consolidate delle convenzioni e tradizione, si evocava, a monito e minaccia, la ricomparsa, in “carne ed ossa”, del fantasma santo, perché saggio, di una ragazzina tredicenne, morta annegata precipitando nelle acque sottostanti il maschio visconteo, lì costruito nel quattordicesimo secolo.
Morì, certo, la Dama Bianca (così chiamata per il nome che portava: Bianca Maria Martinengo) non di morte violenta, ma inseguendo una magia luminosa: il richiamo di mille e mille lucciole di luglio.
Mi sembrò, ricordo, irresistibile quanto utile il messaggio insito

nell’Anima di Bianca, propiziatorio un futuro meno triste per Padernello.
Un divenire in sintonia con lo Spirito Alto della Bambina pallida: di riscatto certo, di rinascita, ma all’insegna del rispetto, dell’armonia, della conoscenza. “Conoscenza tutela”. Farà scrivere solo questo sulla sua tomba il Saggio...
“Sono passati molti anni. Il sogno pieno di ieri è finito per sempre…” (sta scritto nel libro La Vera storia della Dama Bianca - Gian Mario Andrico, 1993), travolto dalle logiche illogiche che l’uomo mette in atto quando diventa homo faber. Che peccato tale e tanta aridità!
Intendiamo dire che quel sogno alato si è trasformato. E’ diventato, se possibile, più bello, più puro, ma solo per me, tradito da tutti, nessuno escluso.
A tutti coloro i quali in questi anni, magari dopo due ore di presentazione del castello e dei fatti che lo hanno attraversato nei secoli, compresa la citata leggenda della Dama Bianca, mi rivolgono la solita, iterata e banale domanda: “Lei l’ha vista?”, rispondo che ignoro se credetti mai esistesse. Penso mi sia bastato cercarla.
E aggiungo. Le leggende cambiano, come le opere incompiute dei grandi Maestri, quando “certe figure” non sono più, al mattino, dove le hai create la sera.
A me, fortunato tra gli uomini, è accaduto questo: partito narrando della Dama Bianca per avere una cosa, ne ho ricevuta un’altra.

Motella, novembre 2019 - Gian Mario Andrico
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